Premetto che io non sono wiccan, seppure mi sono avvicinata molto a questa corrente New Age non aderisco a questa religione per motivi personali.
Come in diverse religioni che praticano la Magia, anche la Wicca segue la Rede e la legge del tre. Per chi non conoscesse la legge del tre ecco qui (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_del_Tre).
Comincio subito col dire che in Magia (almeno in base alle mie esperienze e alle mie idee) non ci sono regole o leggi, come per esempio quella del Tre; eccetto per leggi fisiche o dinamiche.
Tutto questo perché, se si sbircia su un qualsiasi genere di testo storico che appartenga al Medioevo, notiamo che fu un periodo dove la Chiesa raggiunse il culmine della sua influenza che diede inizio a diversi conflitti di potere tra Stato e Chiesa.
Inoltre, troviamo testi quasi unicamente allegorici, motivo per cui si estende una mentalità piuttosto ristretta, simbolica e anche insofferente difronte alla vera natura dell'uomo, che risiede nell'appagamento terreno -addirittura cadendo nell'ascetismo più estremo- poiché la famosa beatitudine, di cui parla molto bene Dante Alighieri nelle sue opere, risiede solo nella purezza di fronte a Dio e nella sua perfezione mistica. Numeri come 3, 9 e 100 sono diversamente ripetuti nelle opere di Dante e ognuno richiama un significato intrinseco.
Per esempio, il numero 3 rappresenta la Trinità.
Se si studia approfonditamente la Wicca, si può notare che ha diversi riscontri cristiani, tant'è che c'è chi preferisce praticare la Magia Cristiana e appartenere a gruppi di Wicca Cristiana.
Se da un canto è vero che all'immaginazione (che considero un'arma davvero potente) non c'è limite e l'Uomo può inventare tutto ciò che vuole e anche come meglio crede, è anche vero che d'altra parte abbiamo la completa ignoranza o superbia nel pensare che noi, piccoli esseri umani, possiamo essere davvero in grado di conoscere la Magia a tal punto da pensare di poterla realmente padroneggiarla, quando la Magia rimarrà sempre misteriosa ed è bene che sia così.
Ora, non escludo che dei fenomeni come gli antichi sciamani, che avevano realmente delle conoscenze, e i saggi, i monaci come altri religiosi che, arrivando all'Illuminazione, sono riusciti a percepire più di chiunque altro, abbiano potuto assimilare concetti precisi e pratici che poi si sono sviluppati in religioni o stili di vita; tuttavia il seguire una religione io continuo a sentirlo come un limite. Un limite sulla mia individualità, sulla mia Essenza, sul mio pensiero.
Perché certe cose posso farle e altre no? Sotto quale legge morale? Chi ha inventato questa legge e perché? Dovrei seguire una prassi per raggiungere la benevolenza del Dio o delle Divinità in cui credo? A che scopo se poi non sono riuscito a realizzare il mio essere terreno? Eppure se sono stato creato in questa forma, ci sarà stato un senso. Perché dire no ai miei istinti più animali e sconsiderati, ma sì a ciò che vuole far morire quella parte di me che mi ricorda che anche io una volta venivo dalla scimmia?
Queste sono alcune delle domande che spesso mi pongo.
Scusami caro credente, ma io non voglio reprimere ciò che sono, voglio migliorare il mio Essere, avvicinarmi alla perfezione, ma non raggiungerla rinnegando ciò che sono.
Chiamami dunque stupida, senza fede, eretica, ma io vedo semplicemente in maniera diversa questi concetti che tu predichi convinto.
D'altronde bisognerebbe distinguere il Bene dal Male in maniera veramente oggettiva per essere giusti con tutti e questo è impossibile, ma non sempre dobbiamo pagarne le conseguenze, mentre altre volte sì.
Ed è qui che volevo arrivare, sul concetto del ritorno che per alcuni vale anche nella vita e non solo nella pratica. Nuovamente ricompare il numero 3 che si ripete sia in bene che in male, cioè un po' a mo' di minaccia:
- se fai del bene riceverai indietro tre volte il bene
- se fai del male, per tre volte riceverai altrettanto
però, mi raccomando: guai a te se fai del bene per tuoi interessi.
Sotto che spunto dovrei ricevere una ricompensa per 3 volte? E perché se per me ciò che faccio è giusto? Nella Magia sono le intenzioni a governare, non norme generali e astratte; questo perché in Magia l'intenzione è ciò che mette in moto tutto, l'intenzione ti porta a immaginare, a creare, a trovare nuove direzioni e tanto altro.
E' giusto ciò che è giusto per noi, anche se sbagliato per altri. Finché non ci pentiamo o durante l'atto non fossimo convinti del tutto, stiamo svolgendo la nostra opera al meglio. Che poi dietro ci sono discorsi sul karma etc. sono d'accordo, ma fin quando le nostre reali intenzioni sono al 100% quelle, non avremo mai sbagliato. Lo sbaglio, in Magia, nasce quando ce ne rendiamo conto, quando maturiamo quella riflessione che ci porta verso il pentimento. Per questo la nostra razza è da considerare perfetta così com'è, perché anch'essa ambivalente, visto che da un lato abbiamo l'istinto e dall'altro la ragione che costantemente combattono.
Quelli che ricercano il paradiso li considero estremisti, preferiscono l'eccesso di bontà, che come concetto non regge nella pratica visto che siamo esseri ambivalenti e questo è più che naturale.
Allora io vi dico, vogliate preferire Magia Bianca o Nera, Rossa o Verde, andrete sempre ad incidere sulla volontà altrui o della situazione costringendo delle vibrazioni a trasformarsi. Che sia in "bene" o in "male", avrete modificato cose a vostro piacimento e sentimento.
Risanare sentimenti forti con l'aiuto magico, non sempre favorisce il processo evolutivo della persona interessata e così con intenzioni buone avrete operato seguendo quel che vien definito come male; rovinare una persona economicamente o dal punto di vista sentimentale, lo metterà nella condizione necessaria per riflettere su ciò che possiede e su ciò che ha perso, imparando ad apprezzare il minimo o a concepire una nuova forma d'amore capace di superare la sfida che gli è stata lanciata.
Una volta qualcuno disse:
« Questo progetto va indiscutibilmente oltre il pensiero socratico, e lo si vede ad ogni punto. Se, con ciò, sia più vero del pensiero socratico è tutt'altro problema che non può essere risolto senza riprendere fiato per il fatto che è stato assunto un nuovo organo: la fede, un nuovo presupposto: la coscienza del peccato, una nuova decisione: il momento, un nuovo maestro: Dio nel tempo. Senza questi elementi, in verità, non mi sarei azzardato a presentarmi per sottopormi all'esame di quell'ironista ammirato per millenni al quale io mi avvicino col cuore che mi batte di entusiasmo, come a nessuno. Ma andare oltre Socrate, quando in sostanza si dicono le stesse cose che dice lui, soltanto meno bene di lui, questo, almeno, non è socratico » (Søren Aabye Kierkegaard)


